Per anni la Valle d’Aosta è stata il posto in cui trovavo pace e conforto. Era il luogo in cui potevo ricaricarmi di energia. Poi per molto tempo non sono più andata e ora sono già diversi anni che, almeno per tre giorni di luglio, mi reco in Valle d’Aosta.
Non cerco la perfezione. Non preparo itinerari precisi. Prendo uno zaino e cammino. Senza obiettivi da raggiungere, semplicemente cammino.
Cosa sento guardando le montagne della Valle d’Aosta
La Valé, come mi piace chiamarla, e le sue montagne così alte e imponenti mi trasmettono protezione. Mi piace camminare tra i sentieri e alzare lo sguardo trovandomi davanti il massiccio del Monte Bianco, del Gran Paradiso… Sono montagne imponenti che mi ricordano quanto sia grande la natura.
Ma c’è molto di più di quello che si vede.
Il suono dell’acqua e il peso del silenzio
Camminare in alta quota significa entrare in un mondo dove il silenzio ha una consistenza fisica. Non è assenza di rumore: è una presenza che avvolge, che riempie gli spazi tra un passo e l’altro.
Non l’ho cercato apposta, come non cerco mai sentieri precisi. Dopo aver raggiunto il Colle Piccolo San Bernardo e seguito il percorso verso Punta Rousse, ho lasciato che i piedi scegliessero la direzione. È questo il bello del non organizzare in dettaglio le giornate: si finisce per scoprire luoghi che forse non avresti cercato, ma che ti trovano quando serve.
Così è successo che mi sono ritrovata vicino a quel laghetto alpino incastonato tra i prati e le rocce, con acque così calme da sembrare sospese nel tempo. Mi sono fermata semplicemente a guardarlo.
Accanto a quell’acqua immobile, il silenzio diventa più denso. Il lago non ha bisogno di parlare. Riflette semplicemente ciò che ha di fronte: il cielo, le montagne e il mio piccolo movimento riflesso sulla superficie. C’è qualcosa di profondamente intimo in quello specchio d’acqua, come se la montagna avesse creato quel luogo proprio per chi avesse bisogno di fermarsi, di rallentare, di vedere se stessi riflessi tra cielo e roccia.
Mi sono seduta sul prato vicino osservando come la luce cambiava l’aspetto dell’acqua, da grigio-azzurra a verde smeraldo, a seconda dell’angolo da cui la guardavo. I fiori si specchiavano nell’acqua, creando una composizione che nessuna pennellata avrebbe potuto replicare con tanta naturalezza.
Profumi di alta quota
C’è un odore particolare che associo alla Valle d’Aosta in luglio. Non è il profumo dei fiori sparsi tra i prati. È qualcosa di più sottile, più difficile da nominare.
È l’odore dell’erba secca sotto il sole, unito alla resina di qualche arbusto alpino. C’è un tocco terroso, come di muschio umido che incontra aria secca. E poi c’è l’aria stessa, fredda e pulita, che entra nei polmoni con una leggerezza che non si trova altrove.
Ho chiuso gli occhi più di una volta per respirarlo profondamente. Quella miscela che la mente associa immediatamente alla libertà, alla distanza dai rumori urbani, a qualcosa di primordiale eppure domestico.
Quando i colori diventano pittura
Non ho portato con me matite, colori o quaderni da schizzo. Ma i colori li ho comunque raccolti, quasi senza volerlo.
Ricordo quei toni viola intensi della genziana porporina in primo piano, così vivi da sembrare accesi dalla luce stessa. Li ho visti contro i grigi freddi delle rocce e i blu tenui di un lago. Una combinazione che la natura compone con una naturalezza disarmante.
Ricordo il verde dei prati di alta quota, non un verde unico, ma mille sfumature diverse.
Nelle prossime opere, non so quale pastello sceglierò per iniziare. So però che porterò con me quel silenzio, quei viola, quel verde in mille sfumature. Perché la montagna non si cattura solo sulla carta con i pastelli: si porta dentro.
Chissà se anche voi avete un luogo dove tornare ogni anno, dove il tempo rallenta e, per un momento, ci si ricorda chi si è davvero.


